Chitarrista e voce dei Dire Straits, oggi Mark Knopfler e’ anche e soprattutto un musicista solista che porta avanti i suoi progetti tra Folk e Blues, Country e Jazz. Ne esce fuori un concerto dalla doppia faccia, tra grandi classici e riuscite canzoni del periodo solista, che soddisfa i fans e gli appassionati di buona musica, anche se un po’ di energia in piu’ non sarebbe guastata.

Cornamusa, violino e flauto a farla da protagonista. Eppure e’ il concerto di uno dei piu’ grandi chitarristi della storia. Niente di scandaloso, se davanti si ha un personaggio che non vuole campare soltanto sui fasti di 30 anni fa, ma che ha intrapreso una carriera solista di sicuro valore, piu’ improntata sullo sfornare “buone canzoni” che non mettere in mostra virtuosismi sulle 6 corde.
Mark Knopfler ha passato gli ultimi 15 anni della sua vita (professionale) tra canzoni pop e folk, a raccontare piccole storie di contadini e sognatori, di menestrelli e soldati, fuori dai grandi clamori di “Brothers in Arms”, piu’ dentro una forma canzone intima e contenuta, piu’ giocosa quando si fa piu’ rockeggiante.
Cosi’ il live di Roma, che si apre sugli splendidi colori del tramonto estivo in contrasto con le luci e le mura del polo del Parco della Musica, e’ un continuo alternarsi tra il fastoso Rock del passato e il Country Side di oggi.
L’album su cui spinge il musicista scozzese e’ “Sailing To Philadelphia”, che indubbiamente da “What it is” a “Speedway to Nazareth” mette in mostra brani di spessore, che danno valore alla sua chitarra come alla sua voce. La title track “Sailing to Philadelphia” rimarra’ poi come la migliore interpretazione della serata (insieme all’infinita “Romeo and Juliet”).
La band e’ piu’ protagonista nei brani blueseggianti e country, dove flauto e violino la fanno da padrone, ma anche il contrabbasso e l’ukulele entrano spesso in gioco con le luci di primo piano in volto ai loro musicisti. Nei classici come “Romeo and Juliet” e “Sultans of Swing” il gioco di squadra si fa piu’ intenso, e tutti sembrano stringersi intorno alle emozioni del pubblico.
Pubblico che si lancia addirittura in degli “ale’ oh oh” da stadio, e che sembra abbracciare Mark Knopfler piu’ di quanto lui stesso meriti. Il prezzo del biglietto e’ alto, ma di poltrone vuote, non ce ne e’, letteramente, nemmeno una. Un Mark seduto quasi tutti il tempo, con la voce strozzata sul microfono, tipica e inconfondibile, ma a tratti troppo bassa e sottotono rispetto a batteria e basso. Una chitarra elettrica raramente sforzata secondo i livelli del fenomeno in questione, ad ogni modo sempre ammaliante anche nei piccoli e poco intensi fraseggi.
Il live insomma e’ filato secondo programma, ma proprio perche’ da uno come lui ci si aspetta quel qualcosa in piu’, un ascoltatore attento e un vero appassionato non puo’ che rimanere con quella sensazione classica che si ha dopo un pasto finito senza mangiare il dolce.
Fonte: livecity.it - Federico Armeni.
Io c'ero ed è stato un concerto indimenticabile, tra i 3 che ho visto è sicuramente il migliore...

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